staywithmeforever-dreamer
Ero la classica ragazza che amava leggere libri che i miei compagni di scuola non si sognerebbero mai di leggere. Loro erano da Topolino, fumetti, o libretti porno, io ero da Zafon, Bukowski e Sparks. Frequentavo la classe terza H di un liceo linguistico, non ero una studente modello ma scuola ci sapevo abbastanza fare. Odiavo condividere 6 ore della mia giornata con i miei compagni perché ero troppo diversa da loro in qualsiasi campo. Forse loro mi vedevano come una specie di alieno che aveva invaso la terra senza motivo ma state certi che anche io pensavo questo di loro. Non parlavo quasi mai con loro se non quando dovevo chiedergli i compiti. Mi accorgevo di essere davvero di troppo in quella classe quando alla fine delle lezioni nessuno si azzardava a salutarmi, ma a me poco importava… Sapevo ingannare bene me stessa e gli altri. Una volta mi dissero che ero brava a recitare e ora capisco il perché. Ho l’arte di saper fingere nel sangue e non so se sia un bene o male. Tornavo a casa prendendo il mio solito autobus, mi sedevo nei posti a due sperando che qualcuno si sarebbe seduto accanto a me per liberarmi dalla solitudine… Ma chi volevo prendere in giro, nessuno si sarebbe seduto accanto a me, con tutti i posti vuoti nessuno si sarebbe azzardato. I 20 minuti di tragitto da scuola fino a casa li amavo. Erano i miei preferiti. In quei minuti indossavo gli auricolari, mettevo play e addio mondo, addio vocine fastidiose in testa, addio scuola, addio critiche e prese in giro. Mi sentivo libera. Ero una di quelle ragazze che amava sognare ad occhi aperti quindi in quei 20 minuti mi piaceva immaginarmi come una famosa cantante, come una scrittrice oppure come una cittadina americana che camminava per le strade di New York ma poi dalla finestra dell’autobus vedevo avvicinarsi il vialetto di casa mia. Stavo per entrare in quella che io chiamavo seconda prigione, la prima ero il mondo, una prigione nella prigione come una matrioska. Ora capite perché sull’autobus mi sentivo libera? Infilavo le chiavi nella serratura e una ventata d’aria gelida e negativa mi colpiva il viso. I miei non erano in casa quando ritornavo da scuola eppure era come se ci fossero. La tazzina del caffè mattutino di papà sul tavolo, il telecomando sul divano, qualche vestito qua e la, l’aspirapolvere appoggiata al muro; mamma era solita pulire i pavimenti prima di andare a lavoro eppure in quella casa c’era qualcosa di strano, quella casa era intrisa di tristezza e malinconia. Non importava se i fiori finti che erano dentro il vaso nella credenza fossero rossi, quello era un effetto ottico, in realtà tutto era così nero, tutto era così triste, ogni oggetto soffriva e io con loro. La mia casa non era più la stessa, la mia famiglia non era più la stessa da quando, due mesi fa, mi fratello morì in un incidente stradale. Lo sentí pochi minuti prima dell’incidente.
«Chiara, dì a mamma che sto tornando a casa»
«Okay Mat, oggi mi è successa una cosa incredibile, devo raccontartela, corri!»
«Okay piccola, fammi arrivare a casa poi ci mettiamo accoccolati sul divano e mi racconti tutto, sono curioso»
«Ti voglio bene, a dopo»
«Anche io, a dopo»
Quella fu l’ultima volta che lo sentì. Non riuscì a raccontargli quella cosa che ritenevo “incredibile”. Gli avevo detto di correre, gli avevo detto di correre perché dovevo raccontargli quella stupida cosa che ritenevo incredibile. Quel giorno il ragazzo che mi piaceva, quello alto con gli occhi color mare e i capelli neri, mi aveva sorriso; un sorriso così bello non l’avevo mai visto, era capace di regalare amore solo sorridendo, un sorriso così perfetto, così angelico. In quel momento mi ritenni la ragazza più felice del mondo ma quando la polizia chiamò per dirci che c’era stato un incidente e che mio fratello era coinvolto il mondo mi crollò addosso come se qualcuno da lassù lo avesse fatto rotolare per farmi schiacciare. Io e la mia famiglia raggiungemmo l’ospedale dove lo avevano portato. Odiavo gli ospedali perché sapevo che in posti come quelli c’erano solo due possibilità, o dirsi “bentornato” o dirsi “addio” e io odiavo anche gli addii. Quel bianco delle pareti mi dava fastidio agli occhi, quel bianco non significava felicità, quel bianco mi metteva tristezza, mi mancava l’aria, mi sentivo soffocare. Quando arrivammo mio fratello era già morto. Scoppiai a piangere, singhiozzai cosi tanto che quei singhiozzi sembravano urli disperati. Mi sentivo vuota, confusa, sola in mezzo a tanti. Distrutta, rotta. Da allora la mia vita cambiò e tutto intorno a me cambiò. Divenni quella che non avrei mai voluto essere. Avevo degli amici ..già “avevo”, ora non più; ora non so nemmeno cosa sia avere un’ amica; avevo una vita abbastanza felice e ora la vita giorno dopo giorno diventava un incubo; avevo un bel fisico e ora ero bulimica, mi amavo e ora mi odiavo. Quel ragazzo che mi piaceva.. beh si è fidanzato con la mia ex migliore amica quindi non mi restava altro che guardarlo sorridere da lontano. Ero diventata un mostro sia dentro che fuori. Tutto mi scivola addosso, non importava cosa stesse succedendo, tutto mi scivolava addosso come l’acqua; ero diventata fredda, di ghiaccio o meglio era quello che gli altri pensavano di me ma nessuno sapeva che una volta ritornata a casa mi chiudevo in camera mia a piangere. Ecco cosa facevo, non mangiavo nemmeno, andavo in camera, mi buttavo sul letto e in pochi secondi ero già in lacrime tanto da inzuppare il cuscino. Mi spostavo in un angolo della stanza e senza pensarci due volte mi tagliuzzavo i polsi, le gambe, la pancia, le braccia e quando finiva lo spazio mi tagliavo sopra i tagli. Volevo che le cicatrici restassero impresse su di me come tatuaggi. Ogni taglio, ogni squarcio erano grandi quanto i miei sensi di colpa. Facevano male, bruciavano tanto quanto il fuoco brucia la legna; mi stavo bruciando, mi stavo distruggendo, possibile che nessuno se ne accorgesse? Possibile che i miei occhi sapessero fingere così bene? Quando ebbi finito questo massacro mi guardai allo specchio, ero disgustosa, il mostro che che c’era in me era uscito fuori e lo vedevo riflesso nello specchio, quel mostro ero io. La gente doveva capire che non ero una persona tutta d’un pezzo, mi stavo sgretolando davanti ai loro occhi ma loro non lo vedevano. I miei occhi erano spenti, vuoti, come enormi buchi neri. Un giorno quando uscì da scuola vidi quel ragazzo che mi piaceva che stava piangendo. Ci credete se vi dico che non avevo mai visto quella persona piangere? Mi avvicinai a lui e notai dei lividi sul suo viso. Chi glieli fece? e poi perchè? Quel ragazzo era ammirato da tutti quindi non poteva avere dei nemici e se il suo nemico fosse lui stesso? Avevo mille domande da fargli ma stetti zitta; di scatto lo abbracciai, era quello che avevo sempre sognato di fare, lui non lo sapeva ma è stato il mio primo amore sin dalle elementari, lui non sapeva che quelle lettere anonime gliele mandavo io. Ebbe il coraggio di dirmi «Portami via» dove lo portavo? Decisi di prenderlo per mano e lo portai al mare, in un pezzo di spiaggia deserta con un raggio di sole ed illuminare quel posto che io chiamavo rifugio. Su quegli scogli lessi tantissimi libri ma ora ero andata lì non per leggere un libro ma per leggere quel ragazzo; ah credo di non avervi detto che si chiamava Alex. Ci sedemmo sulla sabbia calda e l’unico suono che si sentiva era il rilassante rumore del mare. Era così fragile, così piccolo, avevo persino paura di toccarlo perché se l’avessi fatto si sarebbe distrutto in mille pezzi e io non volevo questo. Gli presi la mano, intanto lui fissava il mare calmo, i suoi occhi erano così lucidi che le onde si specchiavano su di essi.
«Hai mai avuto paura di te?» mi disse con quella sua voce melodica. «Spesso mi guardo allo specchio e non so più nemmeno io chi sono» gli risposi accarezzandogli il dorso della mano con un dito. «Chi ti ha fatto quei lividi? Devono fare molto male» fissavo quei lividi, volevo guarirli con la sola forza del pensiero ma non ci riuscivo.
«Ho fatto a botte con i miei amici, stavano maltrattando una ragazzina; ho reagito molto male ecco perche ho avuto paura di me» si girò verso di me «E tu perche hai paura di te?» i suoi occhi si posarono su di me; io arrossí leggermente «Distruggo tutto quello che tocco e cosi facendo ho distrutto una persona ma questa è un’altra storia» abbassai la testa, lui si alzò «Ora devo andare»
«Cura quei lividi»
«Lo farò, grazie. Ci vediamo» annuì. Si allontanò da me e io lo guardai allontanarsi, avrei voluto corrergli dietro, avrei voluto abbracciarlo ancora, mi voltai per guardare il mare e quando mi rivoltai lui era sparito. Potevo ancora sentire il suo profumo, potevo ancora sentire la sua presenza accanto a me. Quello fu il mio primo incontro ravvicinato con quel ragazzo che io amavo con tutta me stessa e avevo nascosto questo amore per chissà quanti anni. Il giorno dopo durante la lezione di tedesco arrivò un messaggio da un numero che non avevo salvato in rubrica; numero sconosciuto: incontriamoci nella spiaggia di ieri dopo la scuola. Capì solo dopo aver letto tutto il messaggio che si trattava di Alex, perché voleva vedermi? e la sua ragazza non si sarebbe ingelosita? Le ore sembravano così infinite, volevo vederlo, ormai era il mio chiodo fisso. Suonò la campanella che indicava la fine delle lezioni, preparai di corsa la borsa e uscì dall’aula; dovevo correre perché lui mi stava aspettando; quando arrivai a metà del corridoio un gruppo di ragazze dall’apparenza più grandi di me con fare minaccioso mi dissero «Stagli lontano o raggiungerai tuo fratello» alla parola fratello il mio viso cambiò espressione, quelle troie non dovevano nominare mio fratello, mi spinsero poi ridacchiando se ne andarono. Avevo paura ma non potevo rinunciare all’appuntamento quindi mi rialzai e corsi verso la spiaggia. Lui era lì che splendeva, sembrava un angelo ma purtroppo aveva le ali spezzate. Corsi da lui e lui ridacchiando disse: «Finalmente sei arrivata, sei in ritardo» era felice, dio mio era felice. «scusami sono passata dalla biblioteca per lasciare alcuni libri» non avevo il coraggio di raccontargli lo spiacevole incontro con quelle ragazze. Mi sedetti accanto a lui ed era come se stessi vivendo la situazione del giorno precedente. Stavolta fu lui a prendermi per mano e mi chiese: «Ho un po’ di tempo libero quindi ti va se da oggi in poi ci vediamo qui dopo la scuola?» quella domanda mi fece arrossire, possibile che abbia chiesto di vederci tutti i giorni proprio a me? sentivo le farfalle nello stomaco. «se a te non dispiace, a me va bene ma Annica non si ingelosirà?» abbassai lo sguardo infondo stavamo parlando della sua ragazza. «Annica non è un problema ci siamo lasciati due settimane fa» “ci siamo lasciati due settimane fa” quelle parole echeggiarono nella mia testa, ero felice, forse non dovevo nemmeno pensarlo infondo deve essere stato un duro colpo per lui eppure ero felice. «mi dispiace Alex, se vuoi parlarne fai pure»
«non voglio parlarne, voglio dimenticare e forse tu mi puoi aiutare» potevo aiutarlo? «Hai davanti la persona meno adatta infondo non so aiutare nemmeno me stessa»
«Chiara ora devo andare, ci vediamo domani mi raccomando»
«Ci sarò promesso»
Mi abbracciò, non posso descrivere le emozioni che provai in quel momento, sentivo che dovevo aiutarlo. « Non ti lascerò solo» sorrise, pensavo a quanto fosse bello il suo sorriso e nella mia mente gli dicevo di non smettere di farlo. Sciogliemmo l’abbraccio se ne andò via. Per diverse settimane ci incontrammo nello stesso posto nella stessa ora. Avevamo preso confidenza l’uno con l’altro. Mi chiese di raccontargli di mio fratello e io gli raccontai tutto o meglio non proprio tutto, non gli raccontai dei sensi di colpa e dei tagli, non doveva saperlo. Dopo quel racconto, giurammo che nel tempo che passavamo insieme dovevamo solo divertirci e non pensare ai problemi e così facemmo. Un giorno portò il pallone da basket e mi insegnò a giocare, un altro giorno io portai dei CD di musica e gli dissi che quelli erano i miei preferiti e lui li volle prestati. In qualche modo lui mi stava salvando, in qualche modo lui mi stava riportando in vita. Una sera qualcuno bussò alla porta di casa mia, era lui che sotto la pioggia mi baciò. Quello fu il mio primo bacio perché prima di lui non ho voluto amare o baciare nessuno. Quel ragazzo mi stava guarendo. Mi chiese «Scappiamo via insieme?» e mi mostrò dei biglietti del treno per un posto che non avevo mai sentito nominare. Non importava il posto infondo volevamo solo andare via. Presi la mia borsa con il necessario, scrissi un biglietto per i miei genitori e chiusi la porta. Volevo scappare, quella città mi stavo opprimendo e sapere che anche lui voleva scappare con me mi fece capire quanto lui fosse importante per me. Stavamo cominciando una nuova vita insieme. Raggiungemmo la stazione, che posti meravigliosi le stazioni perché da li puoi scappare, è la tua unica via di fuga. Salimmo su quel treno che ci avrebbe portati a destinazione. Quando ci sedemmo lui mi disse: «non ho mai avuto il coraggio di scappare, forse perché non c’era nessuno che era disposto a farlo con me ma con te è tutto diverso, avevo capito che ti sentivi intrappolata qui, sai i tuoi occhi parlano chiaro» fu la prima persona che riuscí a leggere i miei occhi, lui era quello che cercavo. «Alex, tu mi hai salvata» decisi di mostrare il mio orribile passato tatuato sulla mia pelle e lui si mise a piangere poi mi disse: «D’ora in poi sarò io la tua lametta» e così fu. Si prese cura di me, mi controllava e controllava se tutti gli oggetti taglienti erano al loro posto. Mi salvò e io salvai lui dalle tenebre che ci stavano piano piano divorando. Lui era come me. Per farmi stare bene mi regalò fiori, vestiti, passeggiate sulla riva del mare, abbracci, baci, sorrisi, serate passate a guardare film sul divano abbracciati, risate, sigarette, mi regalò tutto se stesso. Una sera facemmo l’amore; in quel momento mi sentivo in paradiso, il mio corpo che si fuse con il suo, la mia pelle che accarezzava la sua, il suo respiro sul mio collo; ormai eravamo diventati quello che io avevo immaginato per anni. Una sera mi fece vestire bene, mi fece persino mettere i tacchi e lui sapeva che non ero abituata a quel tipo di scarpe; mi portò in spiaggia e mi chiese «Mi vuoi sposare?» oggi io e alex siamo marito e moglie, abbiamo avuto un fantastico bimbo e lo abbiamo chiamato Mat proprio come mio fratello. I suoi lividi sono un ricordo, i miei tagli sono ricordo. Ora abbiamo un futuro davanti. Ora voglio vivere, voglio vivere per lui.
amatiplease (via amatiplease)
oneindigehoop
oneindigehoop:

Questo ragazzo di nome Josh, soffre di bullismo, bullismo per il suo aspetto fisico.
Come pegno lo hanno costretto a invitare al ballo la ragazza più carina e popolare della scuola, pensando che questa tanto lo respingesse. 
Josh andò a casa sua con un mazzo di rose e fece la sua proposta, la ragazza senza pensarci lo ha abbracciato e accettò l’invito.

Erano re e regina del ballo. 

oneindigehoop:

Questo ragazzo di nome Josh, soffre di bullismo, bullismo per il suo aspetto fisico.

Come pegno lo hanno costretto a invitare al ballo la ragazza più carina e popolare della scuola, pensando che questa tanto lo respingesse. 

Josh andò a casa sua con un mazzo di rose e fece la sua proposta, la ragazza senza pensarci lo ha abbracciato e accettò l’invito.

Erano re e regina del ballo. 

piccolouraganosenzameta

Ottobre.

‘Caro diario,
oggi mi sono scontrata con un tizio. Viene nella mia stessa scuola, non lo sopporto proprio. Fa la IV D, quella classe di fighetti del cazzo che mi stanno sulle scatole. Non solo mi ha praticamente spalmato il suo gelato al pistacchio sulla maglia, non mi ha neanche chiesto scusa, anzi, “Guarda quando cammini” mi ha detto. Che razza di idiota.’

Novembre.

‘Caro diario,
oggi la mia classe insieme alla IV D e alla III C era in palestra. Abbiamo fatto delle squadre, obbligati dai professori, e abbiamo giocato a pallavolo.
Il tizio del gelato, Lorenzo, la faceva apposta a schiacciare su di me. L’unica schiacciata che non sono riuscita a prendere, mi è finita in faccia.
Non sono riuscita più a giocare, lui rideva soddisfatto.
Che coglione. Come se non bastasse, Luca, un suo compagno che viene con me in palestra, non si è degnato neanche di chiedermi come stessi.’

Dicembre.

‘Caro diario,
oggi, mentre ero in palestra per i cazzi miei sul tapis roulant, alzo lo sguardo e vedo Lorenzo riflesso nello specchio nella cyclette accanto a me. Ho alzato gli occhi al cielo e aumentato ancora il volume della musica.
Il problema era che Luca cercava di farci parlare ma entrambi lo guardavamo male e lo prendevamo in giro.
Ho beccato Lorenzo guardarmi, tre volte, per poi distogliere lo sguardo.
Cazzo vuole?’

Gennaio.

‘Caro diario,
da un po’ di tempo Lorenzo mi saluta per i corridoi a scuola. La prima volta, mi sono guardata intorno, pensando non si riferisse a me, ma ero l’unica.
Mi sorride come un idiota quando saluta.
Oggi in palestra me lo ritrovavo sempre vicino, e Paola, la nostra personal trainer, che cerca di fidanzarmi con chiunque di sesso maschile, ha cercato di mettermi insieme a lui.
La uccido.’

Febbraio.

‘Caro diario,
oggi è successa una cosa stranissima, che mi ha lasciata perplessa, e non poco.
Ero sola a girovagare per i corridoi quando sento la vicepreside gridare. Cercavo un posto dove nascondermi perché se quella vecchiaccia mi avesse trovata, mi avrebbe sospesa.
Ero entrata nel panico, sentivo il suono dei suoi tacchi echeggiare per tutto il corridoio, si stava avvicinando.
Lorenzo era piegato sulle ginocchia, intento a non farsi vedere dalla finestra. Mi ha guardata, poi si è girato notando la vicepreside avvicinarsi da noi.
Si è alzato, mi ha preso per il polso e ha iniziato a correre.
Ci siamo nascosti nello stanzino dei bidelli. Avevamo il fiatone, nel frattempo continuavo a domandarmi come mai mi avesse dato una mano.
La vecchiaccia si era allontanata. Stavo per uscire, ma Lorenzo ha chiuso nuovamente la porta con la mano. Mi stavo voltando, pronta a ribattere.
Ma non me l’ha permesso.
Mi ha baciata.
Era il mio primo bacio.
Subito dopo è andato via, lasciandomi lì dentro.’

Marzo.

‘Caro diario,
neanche oggi Lorenzo è venuto in palestra. Ha cambiato orario, penso mi stia evitando. Non mi ha mai risposto quando ho chiesto del bacio. ‘dimenticalo’ ha detto una volta.
Non posso dimenticare il mio primo bacio, testa di cazzo.’

Aprile.

‘Caro diario,
io e Francesca venerdì ci eravamo messe d’accordo per andare alle tre in palestra anziché alle sei.
Ho incontrato Lorenzo, è rimasto sorpreso di vedermi.
Ho fatto finta di non conoscerlo.
Eugenio che oggi è venuto prima per stare con me e Francesca, ogni volta che scherzavamo o che mi era vicino, Lorenzo si metteva in mezzo con delle scuse assurde.
Poi, mentre stavo andando via, ho sentito la porta dello spogliatoio chiudersi.
Mi sono girata e mi sono ritrovata Lorenzo davanti. Alzo gli occhi al cielo. Lui si avvicinava ed io arretravo.
Mi ha bloccato il viso tra le sue mani e mi ha baciata di nuovo mentre io, imbambolata come una cogliona non riuscivo a fare niente. Un bacio a stampo.
‘Mi piaci’ m’ha detto. ‘A me no’ ho risposto.
Ha pensato che quella risposta significasse che non mi piace, io intendevo che non mi piaccio.
È andato via tutto arrabbiato.’

Maggio.

‘Caro diario,
oggi ho provato una sensazione strana vedendo una ragazza provarci con Lorenzo. Per ‘sbaglio’ sono finita contro quella e devo averla guardata parecchio male, perché lei ha detto a Lore ‘ma quella era la tua ragazza?’
Ero troppo lontana per sentire la risposta.
Poco fa ho ricevuto un messaggio da un numero sconosciuto c’era scritto “la gelosia nuoce gravemente alla salute piccola ;)” ho capito subito che si trattava di Lorenzo. Adesso sono le cinque del mattino, mi ha appena dato la buonanotte perché domani deve andare a giocare a calcetto.’

Giugno.

‘Caro diario,
io e Lore ci siamo messi insieme. È tutto così strano. Non so come il faccia a piacergli, ma ha detto che me lo ripeterà ogni giorno finché non inizierò ad accettarmi. Poverino.’

Luglio.

‘Caro diario,
non ho mai detto ‘ti amo’ a nessuno. Per questo, quando Lore ha detto quelle due parole, io non ho risposto. Si è arrabbiato, abbiamo litigato e adesso neanche mi parla più. Ho provato a dirgli che lo amo, ma le parole mi sono morte in gola. Non riuscivo neanche a fiatare.’

‘So che oggi ho già scritto. No cioè, tecnicamente è passata la mezzanotte quindi… La faccio breve: ho ricevuto una foto da una mia amica in cui Lorenzo si bacia con una tipa al Jotì. Non so se è ubriaco o cosa, non me me fotte un cazzo. Gli ho mandato un messaggio “Io ho sbagliato, lo so. Ma è stato un errore dettato dalla paura, paura perché determinate cose non le ho mai dette a nessuno. Sotto questo aspetto sono ancora una povera ingenua. Tu, hai sbagliato per rabbia. Ha delle labbra morbide? Bacia bene? Lo spero perché d’ora in avanti saranno le sue labbra che bacerai. Addio.’
‘Ok’ ha risposto.
Fanculo.’

Agosto.

‘Caro diario,
Oggi è il mio compleanno, come regali ho ricevuto un profumo, un orologio e Lorenzo che limonava animatamente con una Moretta del cazzo a tre metri da me. Sono scappata nel bagno del lido, perché ho festeggiato a mare, tipo tre volte.
Marco è venuto a vedere come stessi, mi ha abbracciata.
Quando siamo usciti dal bagno, Lorenzo era lì. Ha fatto per parlarmi, ma notando Marco è rimasto zitto e dandomi una spallata è entrato nel bagno.
Lui è andato via poco dopo.
Tornata a casa, mi sono ritrovata davanti all’entrata una rosa rossa e una piccola scatola con dentro un braccialetto con un ciondolino a forma di tartaruga, uno degli animali che amo di più.’

Settembre.

‘Caro diario,
la scuola è ricominciata da quasi due settimane. La mia classe e quella di Lore erano di nuovo insieme in palestra.
Parlavo con Marco, quando, proprio mentre stava per abbracciarmi, una pallonata è passata davanti a noi andando a rimbalzare contro il muro.
Mi sono girata imbestialita, era stato lui. Sempre lui e mi guardava anche male.
Qualche ora dopo, Marco è tornato in classe con la maglia sporca di sangue e un fazzoletto sul naso.
Non c’è stato bisogno che mi dicesse qualcosa, sapevo che era stato Lorenzo. Sono uscita dalla classe e sono andata in V D a chiamarlo. Appena è uscito, senza neanche fargli finire la frase ‘cosa vuoi’ gli ho tirato uno schiaffo che penso si ricorderà per tutta la vita, e sono andata via.’

Ottobre.

‘Caro diario,
è successa una cosa troppo strana oggi.
Correvo per il corso parlando con Ilaria al cellulare, che mi sgridava perché come al solito ero in ritardo, quando vado a sbattere contro ad un tizio.
Abbasso lo sguardo sulla mia maglia bianca e noto una chiazza verdastra, dall’odore ho capito che si trattava di gelato al pistacchio. Ho alzato lo sguardo e mi ritrovo Lorenzo davanti, immobile, esattamente come un anno prima.
Ma ha fatto una cosa che l’anno prima non si sarebbe mai sognato di fare: mi ha baciata.
Effettivamente, c’ha sempre avuto questo cazzo di vizio di baciare le persone all’improvviso.
Ma è uno dei vizi più belli del mondo.
‘Voglio solo le tue labbra. Le tue carnose, screpolate e maltrattate labbra, perché è te che amo.’
Diario, magari ho sbagliato, ma lo stesso errore non si fa due volte, così questa volta gliel’ho detto, che lo amo.
E mi ha abbracciata.
E ho pianto.
E Ilaria urlava al cellulare.
E ora stiamo di nuovo insieme, ed è proprio qui, davanti a me che mi guarda mentre scrivo e mi dice ‘sei bellissima’ per farmi distrarre.
Ora scusa, ma è una distrazione troppo efficace. Devo dirgli di nuovo che lo amo, prima che se lo dimentichi.’

miamerestisenonfossimestessa. (via miamerestisenonfossimestessa)

L’avevo già letta, ma la rebloggo lo stesso

(via quellochenontidiromai)

Fantastica. *-*

(via leieradiversa)